La Bellezza attrae.  E’ un dato di fatto.

Questa base di partenza ha un doppio risvolto. Può attrarre e portarci a una visione contemplativa di ciò che ci circonda, oppure condurci al desiderio di “possesso”. Ad esempio, davanti a uno splendido panorama, qualcuno lo può trovare talmente bello da voler a tutti i costi piazzarci qualche “capolavoro” di edilizia contemporanea, rovinando in maniera definitiva ciò che prima poteva ispirare i pensieri più nobili o dare un senso di “ordine” generale delle cose.

Sono molti gli episodi di integrazione uomo-natura si sono rivelati fruttuosi. Basti pensare ad un dolce panorama toscano, o a qualche paesino delle Valli arroccato su qualche versante e circondato da frutteti. Ho usato appunto il termine “integrazione”. Quando l’uomo invece prevarica, “riempie” il territorio, o sottrae alcuni elementi del paesaggio o dell’ambiente, spesso sono i suoi posteri a pagarne le conseguenze, in termini che non sono previsti nè prevedibili.

Spendiamo qualche riga per una breve riflessione sulla cosiddetta “Flora protetta”.

Si sa che molte sono le specie in via di estinzione, molte di loro non sono nemmeno appariscenti e si potrebbe pensare banalmente che sarebbe piuttosto indifferente la loro scomparsa. E’ il caso di alcune “erbacce”, graminacee (“magari debellarle dal pianeta”, penserà qualche allergico) o di qualche modesta crucifera.

Molte altre specie colorate e percepibili come “Belle”, come le orchidee, o i narcisi, soffrono del problema dell’ “abbondanza localizzata”. In alcuni luoghi ce ne sono in così gran quantità che “anche se ne raccolgo un paio non succederà niente”. Verissimo.. ma è molto probabile che se in un giorno duecento persone fanno lo stesso ragionamento, il 201esimo non si porrà nemmeno il problema, non vedendo più nessuna fioritura che catturi la sua attenzione.

C’è poi il terzo grande rischio: l’umana voglia di “detenere la Bellezza”. Può capitare, in un secolo come il nostro, o quello precedente, nel quale la conquista è stata resa facile dall’abbondanza di mezzi (e probabilmente dal benessere, che ha spostato i bisogni e i desideri dell’uomo dal senso di sopravvivenza verso bisogni via via più secondari, quali il possesso di cose inutili o deperibili o l’accumulazione di beni), che quando si sente parlare di “pianta rara” si possa immaginare di volerla assolutamente in bella vista nel salotto di casa. Un pò come trovare la figurina più rara dell’album, o un introvabile francobollo da collezionisti.

Non è esattamente così. Una figurina o un francobollo non sono esseri viventi.

Una complessa orchidea selvatica, o un raggiante gladiolo palustre, piuttosto che un narciso selvatico, sono organismi viventi, inseriti all’interno di un complesso ecosistema, in strettissimo rapporto con un “mondo invisibile” fatto di funghi, insetti impollinatori, insetti che portano in giro i semini, altri organismi che con le loro azioni coordinate collaborano nella riuscita di quel meraviglioso mistero chiamato “Vita”.

 

Orchis mascula

Coppia di narcisi selvatici

 

Lo scorso secolo è stato contraddistinto da una Rivoluzione senza pari. Molti ecosistemi (e con loro le specie che popolavano questi ambienti) sono andati perduti per sempre nella logica della “conquista del territorio”, in nome di un’urbanizzazione spinta o di politiche agrarie economicamente remunerative (nel breve periodo) e con una scarsa visione d’insieme. Nessuno poteva minimamente immaginare, a parte qualche romantico individuo, che si potesse fare qualcosa di sbagliato.

Ciò ha costretto recentemente (negli anni 90) l’Unione Europea e le Regioni a disporre di misure di “contenimento” e di “conservazione attiva” per quanto riguarda molti habitat, soprattutto le zone umide o prative (a che serve una distesa di prati “vuota”? si sarà chiesto più di qualcuno). Parliamo della Rete Natura 2000 (direttiva «Habitat» 92/43/CEE), un’insieme di siti europei segnalati per la tutela degli degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari, della Legge regionale 30 settembre 1996, n. 42, strumento legislativo della Regione FVG grazie al quale sono stati istituite zone di protezione quali parchi, riserve e biotopi, o della Legge regionale n 9/2005  sui temi della conservazione dei prati stabili naturali e della biodiversità.

Non si tratta di nostalgici tentativi di non perdere definitivamente ciò che già è gravemente compromesso. Probabilmente una mano invisibile ci ha fermati dall’antropizzazione completa del paesaggio.

Spesso non sappiamo quali siano le logiche che spingono un fungo ad interessarsi della sorte di un semino di orchidea per aiutare a germinare, o queste ultime ad attrarre l’insetto che collaborerà per la propagazione e sopravvivenza della specie. O, ancora, quale sia lo scopo di un “banalissimo” e rarissimo Cavolo friulano di palude (Erucastrum palustre) (non è uguale al Colza!? risposta veloce: “No”. Poi potremo approfondire) .

Il bello di tutto questo è che le conoscenze scientifiche in campo naturalistico non sono e non saranno mai complete e definitive, proprio per l’enorme complessità e per l’ “effetto domino” riscontrabile all’interno di ogni singolo ambiente o ecosistema.

C’è e ci sarà sempre da imparare e probabilmente ci sorprenderemmo nello scoprire che la pianta rara o prossima all’estinzione in realtà “stava lavorando per noi”.

Il semplice fatto di non conoscere il senso di questo intreccio di relazioni, e una piccola constatazione sulle enormi modificazioni che l’uomo ha imposto alla Terra (anche dietro casa) negli ultimi 150 anni, con tutto ciò che ne è conseguito, ci impongono di riflettere.

Il rispetto della terra che calpestiamo e il rispetto del prossimo, considerando le conseguenze sconosciute delle nostre azioni, probabilmente vanno a braccetto nella stessa direzione.

Per approfondire il tema è assolutamente consigliata la lettura dell’ottimo opuscolo realizzato dalla Regione FVG: Flora e Fauna protette del Friuli Venezia Giulia.

Approfondiremo il tema più nello specifico.. nelle prossime puntate!

 

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