Oggi è la giornata internazionale della Biodiversità del 2020, che il Segretario Generale dell'ONU ha definito "Super Anno della Biodiversità", alla fine del Decennio della Biodiversità (2011-2020). Insomma: sembra proprio che sia un giorno importante per questa biodiversità e che le venga data molta attenzione anche ai "piani alti"!

Ma cos'è la biodiversità e soprattutto, perché è così importante?
La sua definizione classica è: "la varietà di forme di vita presente in un determinato ambiente". Dal marciapiede dietro casa al boschetto in mezzo ai campi alle vette delle montagne. Per capirci: quanti più insetti, piante, uccelli e mammiferi, ma anche licheni, batteri e amebe (e molto altro) ci sono, tanto più "biodiverso" sarà il luogo considerato.

 

Ecco un esempio di ambiente con grande biodiversità vegetale: i Magredi. In questi prati magri convivono numerose specie, dalle orchidee ai lupi.

 

Abbiamo visto che sono molti coloro che dimostrano un grande interesse, e diversi scienziati sono addirittura preoccupati, per la biodiversità. Perché chiedono di preservarla? Le ragioni sono numerose. Alcune molto tecniche, altre molto romantiche.

È innegabile che vivere circondati da cemento e asfalto o, nelle città più moderne, vetro e acciaio, non genera la stessa sensazione di pace interiore che vivere in un paesino di montagna. I clacson o il silenzio di una stanza insonorizzata non sono altrettanto piacevoli del cinguettio degli uccelli attraverso una finestra aperta.
Una spiegazione emotiva, è vero, ma non per questo meno vera o importante.

Per chi preferisce le spiegazioni razionali ci sono delle argomentazioni altrettanto valide. Una grande ricchezza di specie garantisce la stabilità di un ecosistema. Mantiene un equilibrio dinamico tra gli elementi inanimati di un ambiente (suolo, acqua, aria, clima...) e i suoi abitanti vivi e... vegeti. In caso di un cambiamento, come un'alluvione o un innalzamento della temperatura, la presenza di numerosi organismi permette di prendere il posto di quelli che sono scomparsi.
Per capirci: nelle aree dove la tempesta Vaia ha schiantato tutti gli alberi il terreno nudo verrà "ricolonizzato" più facilmente dalla vegetazione se vi è una maggior biodiversità. Questo perché sarà più probabile che, tra le piante presenti, ci siano quelle adatte a crescere in questo ambiente modificato.

Tutto ciò è di estrema importanza anche per noi esseri umani. Nonostante tutte le nostre tecnologie e la nostra cultura incredibilmente complessa, infatti, l'Homo sapiens continua a dipendere dalla Natura per la sua sanità, fisica e mentale. È lei che purifica l'aria che respiriamo e l'acqua che beviamo e genera il cibo che mangiamo. Nel momento in cui l'ambiente nel quale viviamo dovesse cambiare radicalmente e non riuscisse a riprendersi perché la biodiversità presente non è sufficiente a ripristinare i danni subiti, molte persone si troverebbero in enorme difficoltà.

Quando si parla di danni alla biodiversità si pensa spesso alla foresta amazzonica o alla barriera corallina. Voglio però portarvi un esempio molto vicino a noi. La perdita dei pascoli e dei prati da sfalcio delle nostre montagne.

Brucando l'erba, le vacche impediscono l'incespugliamento dei pascoli

A primo acchito potrebbe sembrare strano, ma non tutte le attività dell'uomo danneggiano l'ambiente, anzi! Ci sono casi in cui è proprio l'abbandono di alcune pratiche "umane" che porta ad una riduzione della biodiversità. La pastorizia è uno di questi.
In un territorio dove gli erbivori selvatici sono stati enormemente ridotti in numero dall'espansione della popolazione umana, infatti, gli erbivori domestici possono in parte sostituire la loro funzione ecologica.
In terre altrimenti interamente ricoperte da foreste, la creazione di piccole praterie e di pascoli al loro interno genera una diversità ambientale che a sua volta incrementa la biodiversità. Orchidee che mai si sognerebbero di crescere nel sottobosco, grazie alla presenza di prati falciati possono fiorire, stabilendo legami sotterranei con dei funghi e attirando gli impollinatori e i predatori dei loro impollinatori. E questo è solo un esempio.

 

Una volta abbandonati, i prati e i pascoli vengono colonizzati da arbusti come i lamponi che preparano il terreno per il ritorno degli alberi

Purtroppo nella nostra regione, come in tutto l'arco alpino, i pascoli e i prati sfalciati montani stanno inesorabilmente scomparendo.

Con l'abbandono dei paesi montani da parte dei suoi abitanti, non vi sono più mucche che brucano l'erba e falciatori che la tagliano. I boschi quindi avanzano e dove 30 anni fa c'era erba ora ci sono noccioli e frassini.
Soltanto riportando la pastorizia nelle Terre Alte e rendendo la vita di chi ci abita economicamente sostenibile sarà possibile preservare la biodiversità di questi ambienti prativi nelle aree prealpine.

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