Che sia di castagno, tiglio, acacia o millefiori, il miele è amato da molti. Lo dimostra il fatto che, pur essendo l'UE il secondo produttore di miele dopo la Cina, dobbiamo comunque importarne!
Pare che anche nel passato fosse assai apprezzato. Le sue origini, infatti, sono antiche: la raccolta di miele selvatico appare tra i disegni di alcune pitture rupestri spagnole del Mesolitico!
Pittura rupestre della Cueva di Arana nella quale si vede una figura umana circondata da api che raccoglie presumibilmente miele (fonte: Di Achillea - Drawn of a painting from the caves of Cueva de la Araña by fr:Utilisateur:Achillea converted to svg by User:Amada44, GPL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3255236)
API CONTADINE
Ma il nettare degli dei non è l'unico "debito alimentare" che abbiamo con le api! Queste piccole operaie volanti, infatti, impollinano una buona parte delle piante coltivate (il 76% della produzione alimentare europea dipende dall'impollinazione degli Apoidei!). Certo, non sono le uniche: anche vespe, farfalle, uccelli, lucertole e persino alcuni piccoli mammiferi come i pipistrelli svolgono l'importante ruolo di pronubi per alcune piante. Eppure le api sono, più di altri animali, legate all'agricoltura. Perché? Perché alcuni apicoltori trasportano le arnie presso i campi al momento della fioritura delle piante coltivate, fornendo alle api il polline di cui hanno bisogno e svolgendo un importante servizio per gli agricoltori e per tutti gli uomini che mangiano (che sono molti!).

In questa immagine si vede un'ape con il sacchetto pollinico, dove accumula il polline durante la bottinatura, sulla zampa posteriore (foto di A. Mugnari)
IL DECLINO DEGLI IMPOLLINATORI
Anche a causa del loro legame con le coltivazioni, però, queste contadine alate negli ultimi anni hanno iniziato ad avere alcuni problemi, tanto che più di un terzo delle popolazioni di api in Europa sta diminuendo drasticamente. Tra i principali fattori che contribuiscono a questo declino ci sono la gestione agricola intensiva e l'uso dei pesticidi impiegati per difendere le stesse piante che loro impollinano. Pure quando non sono in concentrazioni per loro mortali, questi prodotti possono indebolire le colonie e compromettere la capacità di volare delle nostre amiche giallonere.
Altro fattore da non trascurare è quello legato ai cambiamenti delle modalità di gestione dell'apicoltura. La tendenza a ricorrere sempre più spesso ad una apicoltura "di massa", con relativo incremento del trasporto su grandi distanze, ha ridotto le varietà autoctone e ha favorito la diffusione di patogeni e specie aliene come la varroa, uno dei parassiti più dannosi per le api domestiche.
INVERTIRE ROTTA
La valorizzazione di forme di apicoltura e agricoltura tradizionali su piccola scala e la riduzione dell'impiego di pesticidi ridurrebbero il declino degli impollinatori. La minor quantità di prodotti agro-chimici presenti nell'ambiente permetterebbe alle popolazioni di insetti di svilupparsi e ricreare un equilibrio all'interno del quale gli organismi patogeni e i parassiti sarebbero controllati dai loro predatori.
Come per tutti noi, anche la qualità e la varietà del cibo influenza la salute delle api. Essendo il polline una fonte di proteine fondamentale per la loro dieta diventa quindi importante che sia diversificato. E per avere diversi tipi di polline sono necessarie diverse specie di piante; anche per questo le monocolture contribuiscono ad indebolire le popolazioni di questi impollinatori.

Ape che, suggendo golosamente il nettare sul fondo, viene ricoperta da granuli gialli polline (foto di A. Mugnari)
Anche noi possiamo fare qualcosa per invertire rotta! Piantando e seminando fiori amati dalle api (https://www.3bee.it/fiori-piante-api/) (anche in città!) e permettendo alle piante dei nostri giardini di fiorire, senza tagliarli a prato inglese ogni settimana, potremo aiutare queste piccole aiutanti della Natura e dell'Uomo a mangiare "piatti" vari e sani!
Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, consiglio la lettura del libro "Agricoltura per senza terra" di Sarah Waring e di questo studio pubblicato dall'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), da cui sono stati tratti buona parte dei dati riportati in questo articolo.


