Foto di A. Mugnari

 

RUBRICA di AGROECOLOGIA

Eccoci giunti al quinto ed ultimo (almeno per quest'anno!) appuntamento della rubrica di ForEst dedicata all'agroecologia!
Con questa si concludono le nostre "pillole" di sostenibilità ambientale riguardanti il mondo dell'agricoltura e dell'allevamento.

 

LE RUBRICHE DI FOREST
Autunno 2020

 

 

4. BIO O NON BIO? NON È QUESTO IL PROBLEMA

LE ORIGINI

Il movimento del biologico nacque come uno stile di vita, una filosofia: non si limitava a coltivare i campi senza l'impiego di "aiuti chimici". I primi ambientalisti biologici erano convinti che tutto fosse interconnesso, come in natura, e non si accontentavano di un sistema alternativo di produzione del cibo. Volevano creare anche un sistema sostenibile di trasporto, distribuzione, consumo e smaltimento degli alimenti. La loro era una prospettiva olistica che voleva ridurre al minimo i passaggi e le trasformazioni del prodotto tra il contadino e il consumatore. Assieme all'agricoltura biologica quindi presero piede altre pratiche: le cooperative alimentari, i gruppi di acquisto solidale (GAS), gli ecovillaggi, la dieta marcobiotica, il consumo critico, il compostaggio... Una visione integrale del sistema economico e sociale mediante la quale si perseguiva la sostenibilità ambientale e sociale in ogni ambito della vita, dall'orto alla tavola.

By Sennett, Tomas, Photographer (NARA record: 8464470) - U.S. National Archives and Records Administration, Public Domain, 1972, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16899680

 

LA NASCITA DEL "BIO INDUSTRIALE"

Con il tempo una parte di questo movimento abbandonò le pratiche più radicali e gli aspetti più filosofici per fondersi con il sistema economico preesistente. L'intenzione era quella di uscire da un mercato di nicchia per raggiungere un maggior numero di consumatori. Gli alimenti biologici, che inizialmente potevano essere trovati solo nelle cooperative alimentari o dai produttori locali, entrarono anche nei supermercati, nella grande distribuzione: nacque l'agricoltura biologica industriale. Sembra quasi un ossimoro.
Il "bio industriale" mantiene ancora alcune pratiche agricole che riducono l'impiego di fertilizzanti di sintesi, di pesticidi e, più recentemente, di OGM, ma ha rinunciato a rendere sostenibili i passaggi successivi: il trasporto, la distribuzione e la vendita.

 

TRA IL DIRE E IL FARE

Ma quindi cosa vuol dire ai giorni nostri essere un prodotto "bio"?
Sulla scia dei fondatori, molti agricoltori biologici perseguono ancora un sistema di produzione sostenibile mediante la riduzione del consumo di risorse e dell'inquinamento, il mantenimento della fertilità del suolo e non solo. I quattro principi indicati dall'IFOAM, la Federazione Internazionale dei Movimenti per l'Agricoltura Biologica, sono:
- il benessere del suolo, delle piante, degli animali, dell'uomo e del pianeta
- la produzione basata su sistemi ecologici e di riciclo
- la giustizia sociale e la garanzia di una buona qualità di vita di tutti i lavoratori coinvolti
- il principio di precauzione, che prevede l'adozione di pratiche e tecnologie "sicure"

Purtroppo, però, non tutti questi principi sono necessari per ottenere la certificazione di prodotto biologico. Senza entrare nei dettagli, le caratteristiche richieste ad un agricoltore o ad un allevatore per ottenere il marchio bio in Europa sono stringenti solo per pochi requisiti: il divieto di concimi minerali azotati, l'impiego di OGM (anche questo con qualche ambiguità) e poco altro. La regolamentazione dell'impiego di altri concimi e fitofarmaci, di additivi nei mangimi, dell'accesso all'aperto per gli animali e di molti altri fattori diventa più nebulosa e possibilistica "in caso di necessità". Insomma: spesso le norme si limitano a dare delle indicazioni, dei consigli, piuttosto che definire degli obblighi.

 

CONSUMO CRITICO

Ma allora non ha senso comprare "bio"? Non estremizziamo. Un prodotto biologico certificato ha mediamente (anche se non sempre) un minor impatto sull'ambiente rispetto ad uno industriale convenzionale e, cosa ancora più importante, il suo acquisto dimostra un certo interesse dei consumatori verso pratiche ambientalmente sostenibili.
Tuttavia è vero che se perseguiamo ad una sostenibilità "integrale", il biologico industriale non è sufficiente.

Diventa allora utile rivolgersi a produttori locali, informandoci sulle loro pratiche (che a volte possono essere bio anche senza alcun certificato e ancora più sostenibili!) e cercando di ridurre al minimo i passaggi e le trasformazioni attraverso i quali un prodotto della terra che compriamo arriva nei nostri piatti.
In fondo questo discorso non vale solo per BIO o NON BIO. Al di là delle certificazioni diventa importante conoscere anche le modalità di coltivazione, allevamento o produzione e distribuzione di un bene: in poche parole, essere dei consumatori critici!

 

 

Per approfondire la questione agricola e alimentare consiglio il libro di Michael Pollan "Il dilemma dell'onnivoro", da cui sono tratte anche parte delle informazioni riportate nei primi due paragrafi.

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