RUBRICA LIBRI

3. IL LEOPARDO DELLE NEVI

Bentornati in questa rubrica un po’ particolare! Approfittando di questi “strani” tempi sicuramente più casalinghi, stavolta abbiamo pensato di offrire nei nostri articoli degli spunti per intrattenere la mente più che il corpo, come invece siamo soliti fare.

Ci siamo detti: perché non consigliare dei libri che ci facciano viaggiare, riflettere, divertire e scoprire la natura direttamente da casa e ci permettano così di provare sensazioni "escursionistiche"?

Allora pronti, attenti, via! Ne proporremo uno a settimana, ogni giovedì, per 5 settimane partendo da oggi.

Quindi buona lettura, con l'augurio che vi possiate appassionare come abbiamo fatto noi a queste letture!
😊

LE RUBRICHE DI FOREST
Inverno 2021

 

Qualcuno di voi, solo guardando la copertina, avrà già capito chi è l’autore di questo nuovo articolo della Rubrica dedicata ai Libri… perché mi conosce e sa che sono un’instancabile viaggiatrice!
Eccomi qui, Stefania, e io vi propongo “Il leopardo delle nevi” di Peter Matthiessen. Un capolavoro della letteratura di viaggio… e non solo!

Questo libro per me è una sorta di specchio dell’anima, quindi la mia presentazione sarà tinta da note personali.

Peter Matthiessen era un grande scrittore, ma soprattutto era un viaggiatore, un esploratore, un naturalista... e un uomo illuminato, un maestro zen e monaco buddhista.
Da naturalista, era promotore di cause di conservazione e di protezione di elevato interesse scientifico, vicende che racconta egregiamente nei suoi romanzi di viaggi e spedizioni in tutto il mondo.

Il leopardo delle nevi” è uno dei suoi primi capolavori, scritto nel 1978.
Racconta la spedizione a fianco di “uno degli zoologi più eminenti in campo mondiale” (come lo descrive Matthiessen stesso) in una remota regione del Nepal nord occidentale alla ricerca del più bello e affascinante dei felini, purtroppo (già allora) in via d’estinzione: il leopardo delle nevi.

Quello zoologo è George Shaller, un eminente scienziato precursore della conservazione della natura, figura per me quasi mitologica quando seguivo i miei studi naturalistici e mi orientavo verso la scelta del percorso di specializzazione in conservazione della fauna selvatica: posso quasi dire che è merito di Shaller se 15 anni fa mi sono trasferita in Friuli! Un paio di anni prima avevo chiesto una tesi su (guarda caso) il leopardo delle nevi in Nepal al mio professore di zoologia a Siena, Sandro Lovari, che però ai tempi non poteva garantirmi alcuna posizione. Continuando a inseguire ricerche sui grandi felini selvatici, mi sono imbattuta negli studi sulla lince di Stefano Filacorda e…eccomi qui.

La regione del Nepal nord occidentale che vide Matthiessen e Shaller compiere quella che sarebbe stata una tra le prime spedizioni di uomini occidentali nei suoi confini è il Dolpo. Terra da sempre nei miei sogni di viaggiatrice, l’anno scorso ha ispirato la nascita del mio progetto "Sulla Via del Dolpo" e il viaggio intrapreso nella regione confinante del Mustang: sono entrambi aree di difficile accesso, separate dal resto del Nepal dalla catena dell’Himalaya a sud e dalla temibile e profonda valle del fiume Kali Gandaki, e confinanti a nord con il Tibet.

 

Basso Mustang, visuale verso sud - Il fiume Kali Gandaki in primo piano, la catena del Daulaghiri (8167m) sullo sfondo e ai suoi piedi verso destra la via per il Dolpo (Foto ©Stefania Gentili)

 

 

 

Paesaggio di luci e ombre nell'Alto Mustang (Foto ©Stefania Gentili)

 

Da Matthiessen ho imparato molto su questi luoghi. Lui esplora il Dolpo con i modi di un pioniere di altri tempi, raccontandone la storia, parlando della sua antica religione, indagando le vicende dei monasteri, dei profeti e dei mille volti dei Buddha. Nel leggere le sue parole ora non si può non sentire quel sentimento di nostalgia per le epiche esplorazioni di una volta, per le scoperte di mondi intatti e sconosciuti ai più.

E qui sta una mia considerazione su cui vi invito a riflettere: anche il Mustang, come il Dolpo, è stato aperto agli stranieri solo agli inizi del 1990. L’apertura di queste terre ai visitatori deve andare di pari passo con la preservazione di tali luoghi e delle loro culture, o deve prevedere l’adeguamento di queste popolazioni al “mondo occidentale”, alla vita come la conosciamo noi, alle comodità, alle modernità?

 

Il villaggio di Ghami, Basso Mustang (Foto ©Stefania Gentili)

 

 

L'antico monastero di Kagbeni, Basso Mustang (Foto ©Stefania Gentili)

 

La storia della spedizione di Matthiessen non è solo un racconto di viaggio. È un inno alla conservazione della natura. È il richiamo ad una consapevolezza necessaria che l’uomo dovrebbe sviluppare nei confronti del mondo naturale e non solo.
È anche un’esplorazione del mondo interiore, il percorso personale dell’autore verso un’elevazione, una gratificazione spirituale, un’illuminazione… una ricerca che, come quella della remota regione, non mi è del tutto sconosciuta…

 

 

 

A proposito di questo, una riflessione mi spinge a chiudere questo articolo con un’ultima domanda: può la ricerca di un’elevazione spirituale andare di pari passo con una maggiore consapevolezza del mondo che ci circonda, sia esso fatto di relazioni sociali e umane che di connessioni naturali ed ambientali?

Buona lettura!

 

 

 

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